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21. 06. 2021 06:32

Coronavirus in Lombardia: 2 mesi di altalena e 10 domande per ripartire

Fatta salva la portata straordinaria dei casi in Lombardia rispetto al resto d’Italia, è evidente che le scelte regionalizzate abbiano aperto interrogativi ed evidenziato profonde differenze.

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In principio per la Regione Lombardia, colpita dal coronavirus, un vero e proprio tsunami, sembrava un’infilata di atti pragmatici e risolutivi: vinceva la linea dura del rigore, la richiesta di divieti stringenti, la velocità di fornire numeri aggiornati, la protesta contro le mascherine Scottex della Protezione Civile. Al punto che si fantasticava (nemmeno troppo) sulla candidatura di Giulio Gallera a sindaco di Milano per il centrodestra. Nel frattempo, il Comune di Milano pareva arrancare, con il Pd innervosito dalle voci di un Gallera in ascesa e il sindaco Giuseppe Sala, accusato di pensare un po’ troppo agli Ambrogini e all’esibizione di Andrea Bocelli in Duomo.

 

 

Coronavirus in Lombardia: 2 mesi di altalena

Limiti. Poi il vento ha iniziato a cambiare, mostrando, da una parte, i limiti di un sistema sanitario troppo centrato sugli ospedali e più disarticolato sulla medicina territoriale, dall’altra, un po’ di dichiarazioni eccentriche francamente evitabili («Non ne abbiamo sbagliata una», diceva il vicepresidente della Regione, Fabrizio Sala, in una delle innumerevoli dirette social).

Il Comune. Nel frattempo, il Comune ha cominciato a scendere più in campo nell’emergenza coronavirus, piuttosto che crogiolarsi su quando si rinverdirà lo splendore degli ultimi anni. Ne è nata, ad esempio, l’iniziativa dell’hotel Michelangelo, che resta occupato per un solo terzo dei posti disponibili per le quarantene. E giustamente viene da chiedersi: se i casi di coronavirus a Milano aumentano, dove si nascondono? Per non parlare del tema delle Rsa, argomento dove preferiamo che siano la magistratura e la commissione d’inchiesta istituita con Regione, Ats e Comune a fare chiarezza.

Differenze. Ci si interroga sul perché il Veneto riesca ad uscire dall’emergenza con anticipo. Fatta salva la portata straordinaria dei casi in Lombardia rispetto al resto d’Italia, è evidente che le scelte regionalizzate (e quindi differenziate) abbiano aperto interrogativi ed evidenziato profonde differenze. Di sicuro qui la “bomba atomica” ha deflagrato in maniera più dirompente. Ma non può essere l’eterno alibi.

Coronavirus in Lombardia
Coronavirus in Lombardia

Rsa, indagini a tappeto: nel mirino la gestione dei pazienti interni o “importati”

È destinata a svilupparsi rapidamente l’inchiesta condotta dal pm Tiziana Siciliano sulla gestione delle Rsa di Milano e provincia e, soprattutto, sui decessi all’interno di queste strutture. Ieri mattina la Guardia di Finanza si è presentata nelle sedi del Pio Albergo Trivulzio per acquisire una «ingente mole di documenti» tra cartelle cliniche, documenti cartacei ed informatici. La “Baggina” conta, al momento, il maggior numero di decessi tra le varie Rsa milanesi, anche perché è la più grande (quasi 150 morti su un totale di circa 1.200 persone, tra ospiti e pazienti). Nell’inchiesta per epidemia colposa e omicidio colposo è indagato il direttore generale, Giuseppe Calicchio.

Dopo la delibera. Tra i punti su cui si concentrano le indagini della Procura di Milano sul Pat ci sono anche gli effetti della delibera regionale dell’8 marzo che dava la possibilità alle strutture, su base volontaria, di ospitare pazienti che hanno contratto il coronavirus dimessi dagli ospedali, perché si era reso «necessario liberare rapidamente i posti letto degli ospedali per acuti (terapie intensive, sub intensive, malattie infettive, pneumologia, degenze ordinare)». A seguito di quella delibera, il Trivulzio ha assunto il ruolo di centro di “smistamento” di pazienti nelle altre strutture e, invece, formalmente non ha mai ricevuto pazienti colpiti da coronavirus. La Regione aveva disposto, comunque, che quei pazienti dovessero essere accolti nelle case di riposo in strutture separate rispetto a quelle in cui sono ospitati gli anziani.

Focus. Sia in questo fascicolo, che negli altri sulle Rsa milanesi, gli inquirenti lavorano su più fronti: dalle analisi sulle centinaia di morti per sospetto coronavirus fino all’assenza di tamponi e di mascherine e alle presunte minacce agli infermieri che le utilizzavano. E ancora le eventuali omissioni nei referti e nelle cure fornite. E’ aperto anche il caso del Don Gnocchi, dove ci sono già quattro indagati e dove il numero di morti è simile a quello del Pat. Sono iscritti nel registro degli indagati anche i vertici della Sacra Famiglia di Cesano Boscone e presto anche quelli delle altre Rsa, tra cui quelle nei quartieri milanesi di Affori, Corvetto e Lambrate. PDR

983

i casi presunti o accertati di coronavirus in 59 Rsa di Milano e provincia

7.238

il totale degli assistiti in queste strutture

337

i decessi per sospetto Covid-19

Fonte: Direzione Generale Ats Milano, periodo 20 febbraio-31 marzo 2020

 

Coronavirus, cronistoria: accuse e risposte

Prime accuse e pennarelli
29 marzo 2020

Uno dei primi duri botta e risposta tra il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, va in scena oltre un mese dopo l’inizio dell’emergenza coronavirus. «La Lombardia ha privilegiato le grandi strutture ospedaliere e in particolare anche quelle private – attacca Sala -, si è persa la capacità di tenuta sul territorio del tessuto socio-sanitario». «Al sindaco Sala chiedo di riporre nell’astuccio dei pennarelli a lui tanto cari in queste ore, le tinte forti o addirittura fosche, per usare colori più tenui e caldi».

Attilio Fontana, Presidente della Lombardia
Attilio Fontana, Presidente della Lombardia

Le lettere dei sindaci Pd a Fontana
1-2 aprile 2020

Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, si unisce ad altri sei colleghi Pd dei capoluoghi lombardi per chiedere spiegazioni su tamponi, mascherine e test sierologici: «Vediamo differenza di approccio tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Non è polemica, ma bene comune». Le lettere e contro-repliche, comprese interviste e interventi in conferenze stampa, si allargano. La Regione replica: «Il protocollo clinico sanitario è quello trasmesso dal Ministero della Salute il 5 febbraio».

Mascherine per tutti? A Milano poche…
3-4 aprile 2020

La Regione Lombardia annuncia la distribuzione di 3 milioni di mascherine su tutto il territorio, destinandone 120mila al Comune di Milano. Anche su questa prima ripartizione il sindaco Giuseppe Sala alza la voce: «Sono onestamente meno in proporzione al numero di abitanti e rispetto a quante ci spetterebbero, ma ne stiamo acquisendo in giro per il mondo altre, perché il mio obiettivo è in questa fase di darne a tutti».

Giuseppe Sala, Sindaco di Milano
Giuseppe Sala, Sindaco di Milano

Disputa sulle responsabilità nelle Rsa
7-8 aprile 2020

Sui fatti avvenuti al Pio Albergo Trivulzio e nelle altre Rsa in emergenza coronavirus il sindaco di Milano, Giuseppe Sala chiede chiarezza: «Noi collaboriamo, ma la competenza è regionale». La replica del governatore Attilio Fontana: «Le Rsa hanno tutte una gestione autonoma. Al Pio Albergo Trivulzio esiste un consiglio d’amministrazione, un direttore generale, tutte persone che abbiamo nominato il sindaco Sala ed io e che hanno autonomia di gestione».

Controlli e milanesi indisciplinati
13-14 aprile 2020

Tra la giornata di Pasquetta e quella di ieri è andato in scena l’ennesimo botta e risposta a distanza tra Regione e Comune di Milano. Da una parte, l’assessore al Welfare, Giulio Gallera, ha attaccato: «Ha perfettamente ragione chi dice che a Milano c’è troppa gente che si muove. I controlli li fanno le forze dell’ordine, la Polizia Locale». Replica del sindaco Giuseppe Sala: «Il 95% dei controllati è in regola, basta con la retorica del milanese indisciplinato».

Giuseppe Sala, Sindaco di Milano

«Leggo che Regione Lombardia dichiara che dal 21 aprile si faranno 20mila test al giorno. Bene, dove? In altre province, ma non Milano. Ma come, il problema non è Milano?»

Attilio Fontana, Presidente di Regione Lombardia

«Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare. Se poi la “lezioncina” arriva da chi non ha competenze scientifiche dirette, la cosa diventa – per pura e bieca speculazione politica – ancora più inopportuna e per certi versi triste»

L’articolo prosegue con le 10 domande per ripartire che abbiamo posto a Roberta Villa, giornalista e divulgatrice scientifica.

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