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15. 05. 2021 12:50

Il docente della Bicocca, Raffaele Mantegazza: «Per aiutare i ragazzi in Dad diamo valore alle loro emozioni»

Il professor Mantegazza racconta i pericoli dell'isolamento dei giovani costretti in casa a causa delle chiusure scolastiche

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Ragazzi chiusi in casa per ore davanti allo schermo di un pc, lontani dai compagni di classe, avulsi dalla quotidianità della scuola e dei rapporti sociali. E’ una delle conseguenze più drammatiche della pandemia, che porta con sé il rischio di importanti problemi psicologici. Come conferma a Mi-Tomorrow Raffaele Mantegazza, docente di Scienze umane e pedagogiche all’università Milano-Bicocca.

Cosa significa, dal punto di vista emotivo, studiare in casa per un tempo prolungato?

«La scuola è uno dei momenti nei quali i preadolescenti si distanziano da casa. La scuola superiore in particolare spesso permette a questi ragazzi di spostarsi da soli con i mezzi pubblici, di recarsi in una città diversa da quella nella quale sono cresciuti: è un momento di elaborazione del distanziamento dal nido familiare che è fondamentale per la crescita».

Cosa rischiano questi giovani?

«Il rischio è di perdere la dimensione della socializzazione che è fondamentale in qualsiasi ordine scolastico, ma in particolare nella secondaria di secondo grado. Studiare insieme, crescere con gli altri ragazzi, confrontarsi con i più giovani e con i più grandi: questo è uno degli aspetti essenziali della scuola e questo rischia di essere perduto con la didattica a distanza. In secondo luogo, il pericolo è quello di ridurre l’apprendimento soltanto a qualcosa di cognitivo, mentre l’essere umano impara sempre attraverso il corpo, il movimento, le emozioni, la convivenza in spazi precisi insieme ad altre persone che gli stanno vicino».

In che modo invece l’assenza di vista sociale può incidere sulla loro salute psicologica?

«Far parte di un gruppo significa sapersi continuamente adattare e confrontare con gli sguardi degli altri. Tutto questo non può essere fatto al chiuso della propria cameretta perché manca la dimensione corporea globale e totale che in adolescenza è fondamentale».

Qual è il pericolo dal punto di vista psicologico?

«Da anni si sta studiando il fenomeno degli hikikomori, i giovani che si chiudono nelle loro camere e non escono per mesi. Gli studiosi hanno dimostrato che questi ragazzi non solo hanno un calo di autostima, ma hanno anche un calo dell’apprendimento. Il lockdown sembra moltiplicare per centinaia e centinaia di giovani questa situazione».

Quali sono le fasce di età più a rischio?

«Ogni età è a rischio quando si costringe qualcuno all’ isolamento. Per i bambini il rischio è la rinuncia al fondamentale diritto al gioco, alla vita all’aria aperta, alle attività ricreative. Per gli adolescenti invece si tratta della connessione fisica concreta con gli altri, dal primo bacio alla fidanzata, all’abbraccio con gli amici. Anche i ragazzi più grandi, attorno ai diciotto anni, perdono il senso fondamentale di libertà e di autonomia (ma anche di responsabilità) che l’uscire di casa permette loro di sperimentare».

Cosa è possibile fare per aiutare questi ragazzini?

«Occorre riconoscere le loro sofferenze e non sottovalutarle. Sono sconcertanti gli atteggiamenti degli adulti che pensano che sia tutto un capriccio, che questi ragazzi in realtà non stanno veramente male. In questo modo i giovani si sentono incompresi e ancora più isolati. Poi bisogna la pressione, soprattutto quella scolastica: non è pensabile che in questo momento il primo pensiero sia la valutazione, il voto, la pagella».

Le piattaforme online possono aiutare a mitigare il problema?

«Le piattaforme sono uno strumento. Sono utili se chi le utilizza mette al primo piano la relazione educativa. Quando un insegnante ama i propri ragazzi, quando ha realizzato in presenza una buona relazione con la classe, allora la didattica a distanza può avere un senso».

Cosa possono fare invece gli insegnanti per rendere la Dad meno difficile?

«Possono lavorare sulla dimensione del tempo. Non è pensabile che i ragazzi stiano cinque ore davanti al computer né che una lezione a distanza duri due ore senza momenti di pausa e soprattutto senza cambiamenti dal punto di vista emotivo, comunicativo, relazionale. La lezione a distanza deve essere organizzata tenendo conto dei momenti nei quali ragazzi possono pensare, possono anche disconnettersi per qualche minuto, possono dare il loro contributo attivo».

I più giovani sono concretamente a rischio depressione?

«Sarà importante studiare insieme a questi ragazzi quale potrà essere l’esito di questa emergenza sulla loro crescita. La depressione, l’aumento di condotte aggressive, l’isolamento non sono un destino. Tutto dipende da come gli adulti sapranno ascoltare questi giovani e sapranno aiutarli a far sì che le risorse che hanno trovato e messo in campo in questi periodi difficili possano diventare un elemento positivo per la loro crescita».

 

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