marco lodola
marco lodola

Anche Marco Lodola è tornato a Sanremo. È dell’artista italiano, esponente del nuovo Futurismo, la coreografia sulla facciata del Teatro Ariston. Si tratta di un ritorno, visto che già nel 2008 ci fu la sua impronta nella stessa location. «Mi ha fatto piacere, perché ritengo che il vero spettacolo sia fuori più che dentro», racconta lo stesso Lodola a Mi-Tomorrow.

Undici anni dopo, stesso Ariston, ma un Festival diverso in un’Italia diversa: come si è ispirato?
«Il Teatro Ariston di Sanremo è una sorta di Colosseo, lo considero il teatro più popolare del nostro Paese. Ci tenevo ad offrire un omaggio al pubblico che non può entrare in quella sala».

Tanti faccini stilizzati e illuminati con colori vivaci: c’entra l’attualità?
«Il vero spettacolo del Festival è fuori dall’Ariston. Ho voluto riprodurre una sorta di cubo di Rubick, con volti anonimi, frutto della casualità degli incroci e di un momento di umanità che si mescola a Sanremo. Sì, c’è un messaggio molto attuale».

In che cosa?
«E’ il volto dell’altro: ho voluto giocare sul doppio valore del colore, che da’ allegria, e dell’anonimo, che porta una forte carica sociale. Questo è un melting pot unico».

Anche lei preferisce l’esterno piuttosto che lo spettacolo del palco?
«Di certo, è molto più “pop” la gente che gravita fuori da questo famoso teatro. Ci sono anche tanti cantanti di strada, a volte più interessanti di quelli in gara. Quest’anno, però, mi piace la scelta artistica di portare sul palco tanti giovani».

Qual è il suo legame con Sanremo?
«Intanto, sono legato alla musica, che è la forma d’arte che più ispira la mia. La musica è la colonna sonora costante della mia vita, non a caso avrei voluto fare il musicista, ma ho poi capito di essere più portato per l’acquerello che per la chitarra. La musica innesca in me un meccanismo sinestetico per dare colore ai suoni».

Tornando al rapporto con questa città…
«Sanremo è un pezzo di cuore, ci vive mia figlia che ha una galleria d’arte. Torno spesso e mi lega il ricordo dell’enorme pentagramma luminoso realizzato nel 2008 sempre fuori dall’Ariston».

E col Festival?
«Ci sono tanti legami, frutto di amicizie con artisti che sono stati protagonisti su quel palco, penso ad esempio a Gianluca Grignani. Tre anni fa, però, partecipai emotivamente alla vittoria degli Stadio».

Come mai?
«Avevo già preparato le scenografie per il loro tour, partito subito dopo Sanremo. Diciamo che quella vittoria fu una bella scarica di adrenalina: la sentii un po’ anche mia».

Vive a Pavia, ma conosce bene Milano: quali sono le fonti d’ispirazioni per la sua arte?
«I nuovi quartieri di Milano hanno offerto una visione ultramoderna e contemporanea della città, che non è più quella delle ringhiere. C’è un grande fermento, ci vado volentieri per fare il pieno di energia, ma poi mi amo filtrare tutto riparandomi nella mia Pavia».


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