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04. 08. 2021 16:34

Progetto Arca: cinquantamila presidi sanitari e attività confermate

Senigallia: «Da questa emergenza ne usciremo rafforzati»

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Sono cinquantamila i presidi sanitari tra flaconcini di gel disinfettante, mascherine usa e getta, guanti, camici e tute monouso comprati da Fondazione Progetto Arca per dotare le strutture di accoglienza e le unità di strada a Milano, Roma e Napoli e consentir loro di far fronte all’emergenza coronavirus, continuando a sostenere senza dimora, famiglie a rischio povertà, anziani soli e migranti.

 

 

Milano. Attività confermate nelle strutture milanesi: tra le novità, consegna diretta a ogni ospite di flaconcini di gel disinfettante monouso, asciugamani monouso e mascherine, con sanificazione degli ambienti, potenziamento delle pulizie quotidiane e modifiche degli orari della mensa per evitare il sovraffollamento. Temporaneamente sospese, invece, le attività del guardaroba. Regolarmente attive le Unità di Strada a Milano, Roma e Napoli: all’ombra della Madonnina i team di operatori e volontari, in numero ridotto per evitare assembramenti, incontrano ogni settimana in media 300 persone.

Distribuzione. Alla distribuzione consueta di panini e tè caldo, si aggiunge cibo confezionato (molto gradito vista anche la chiusura temporanea di alcune mense) e flaconcini di disinfettante per le mani. Novità qui è l’utilizzo di termometri per la misurazione della temperatura corporea e la presenza, per i casi che presentano sintomi sospetti, di professionisti sanitari. A Milano, poi, c’è un servizio extra di Unità di Strada con l’uso dki un camper per distribuire presidi sanitari e monitorare le strade della città, individuando eventuali casi a rischio. Confermata anche la consegna dei pacchi vivere alle famiglie in difficoltà.

Progetto Arca
Progetto Arca

«Le docce chiuse sono un problema» Senigallia: «Da questa emergenza ne usciremo rafforzati»

«Sono settimane molto impegnative nella gestione della vita quotidiana, sia familiare, sia lavorativa, di tutti noi cittadini: ci viene chiesto di rimanere a casa e abbiamo l’obbligo morale di farlo, ma ci sono tante persone che non possono rispettare questa regola, perché una casa non ce l’hanno. Parlo delle persone senza dimora, tremila solo a Milano, alcune ospiti delle strutture di accoglienza, altre in strada. Per non lasciarle sole, stiamo facendo di tutto per garantire i nostri servizi di accoglienza e assistenza: certo, ci muoviamo in formazione ridotta e rispettiamo le giuste distanze, ma manteniamo la nostra promessa di esserci ogni giorno per loro». Così a Mi-Tomorrow Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Progetto Arca.

Progetto Arca: l’intervista ad Alberto Sinigallia

Cosa significa “dover” aiutare gli altri in un periodo in cui tutto il Paese sta vivendo una situazione di fragilità: maggiore possibilità di condivisione e un rinnovato senso di comunità o c’è il rischio che si dimentichi chi soffre da più tempo?
«Credo che questa situazione senza precedenti ci metta di fronte alle tante cose che ogni giorno diamo per scontate. La socialità è ridotta e, al di fuori della propria cerchia familiare, ci si relaziona solo attraverso il computer e il telefono: questo ci può certo rendere fragili, ma anche più solidali tra noi, con più tempo e più attenzione da dedicare all’altro. E l’altro non è solo il parente, l’amico e il collega, ma anche lo sconosciuto che scopriamo essere più difficoltà di noi nell’affrontare la situazione, perché non ha strumenti e opportunità per farlo. È qui che scopro la sempre grande generosità dei milanesi».

Alberto Sinigallia
Alberto Sinigallia

Milano ha qualcosa in più e di diverso che può fare la differenza per superare momenti così critici e che possa essere di spunto per altre realtà italiane ed europee?
«Milano sicuramente è una città generosa e forte: lo ha dimostrato in molte occasioni e anche adesso il cosiddetto “modello Milano”, fatto di solidarietà, orgoglio e lungimiranza, credo possa essere un buon esempio da seguire».

Cosa, invece, non va e si potrebbe migliorare?
«Nel concreto, un grande problema ora è certamente la chiusura delle docce pubbliche: parliamo di un servizio di prima necessità, proprio come lo sono i supermercati, perché riguarda un gran numero di persone che non avranno modo di lavarsi per settimane e, quindi, di tenere una corretta igiene, come richiesto dall’emergenza. Questa sì che è una cosa che deve cambiare e migliorare».

È, forse, ancora presto per dirlo, ma, secondo lei, come usciremo noi milanesi e italiani da questa fase così complessa e angosciosa: ce ne dimenticheremo presto o saremo più inclini a non voltare lo sguardo dall’altra parte, vedendo qualcuno in difficoltà?
«Non c’è da sperare di dimenticarsi di questa fase: ne usciremo diversi da come eravamo quando ne siamo entrati e dobbiamo cercare di ricavarne un insegnamento. Stiamo combattendo contro un nemico invisibile, il che è già di per sé una grande lezione per una società materialista come la nostra: questa esperienza, unita alla resilienza che confido ognuno di noi applichi, ci insegnerà molto, in primis, magari, ad accorgersi di chi ci sta accanto e ha più bisogno».

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