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20. 05. 2022 21:57

Simonetta Gola racconta Emergency, Gino Strada e il suo ultimo libro: «La guerra si può evitare»

Non era pacifista, ma era contro la guerra. Simonetta Gola parte da qui per raccontare Gino Strada. Quindi anche la guerra e quello che stiamo vivendo oggi

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Bisogna curare le vittime e rivendicare i diritti. Una persona alla volta. Questo è il titolo dell’ultima fatica letteraria di Gino Strada, edita da Feltrinelli per la Serie Bianca e che Simonetta Gola, moglie e prosecutrice del suo “credo”, sta raccontando in giro per l’Italia. Tappa d’obbligo la Galleria Campari di Sesto San Giovanni, la città dove Gino era nato il 21 aprile 1948: un luogo iconico, unico. Anche perché, come ricorda Simonetta nella postfazione, spesso le conversazioni tra loro finivano con la frase «Ma non è l’ora del Campari?».

Simonetta Gola racconta Gino Strada

gino stradaPresentare un libro come questo, in un contesto come questo. Cosa cambia?
«Mai avremmo pensato ci sarebbe potuta essere una situazione del genere quando Gino stava scrivendo un libro che voleva essere contro tutte le guerre. Anzi, voleva prendere spunto dall’esperienza del conflitto afghano come fallimento della guerra. Secondo lui doveva essere di monito il fatto che è uno strumento che non funziona: era sotto gli occhi di tutti, era chiarissimo. Ora, invece, ci siamo ritrovati in mezzo ad un’altra guerra».

Che cosa c’è di diverso nella guerra di oggi?
«Sicuramente conta la questione della vicinanza, come conta il fatto che sia coinvolta una potenza nucleare e che di queste armi si sia parlato quasi subito e con disinvoltura. Conta anche che sia una guerra in Europa, quando pensavamo che già la guerra nei Balcani fosse così anacronistica. Il fatto che dopo 20 anni ci sia ancora un conflitto in Europa tocca, parecchio».

Perché i profughi ucraini sono trattati diversamente dall’opinione pubblica?
«Assomigliano molto di più a noi di quanto non ci assomigli un afghano: riusciamo ad immaginarci la loro vita più facilmente di quanto non ci immaginiamo quella di un iracheno o di uno yemenita».

Ma si tratta sempre di civili.
«Io mi auguro che tutto questo ci aiuti a capire chi sono davvero le vittime, dal momento che adesso se ne parla, che si vedono nei reportage. La guerra coinvolge soprattutto i civili, che vengono colpiti e sfollati. Ciò significa perdere le proprie radici, le proprie cose, separare le famiglie e provocare un dolore indicibile».

Come si pone di fronte alla grande umanità riservata ora rispetto a chi ci chiedeva aiuto agli stessi confini solo due mesi fa e veniva respinto?
«Penso che se questa guerra ci aiuterà a capire che i profughi sono tutti uguali, che sono persone strappate alla loro terra e alla loro memoria, forse diventeremo un po’ più sensibili nei confronti dell’umanità intera. Ci sono 200.000 afghani, in Bosnia e in posti dimenticati da Dio e dagli uomini, che aspettano di entrare in Europa. Il problema di come trattare i profughi c’è e ce lo dobbiamo porre, siano essi provenienti dal mare o da terra, da una guerra, da situazioni di grave carestia o siccità».

Che alternative abbiamo alla guerra?
«L’Italia ha inviato le armi in Ucraina il quarto giorno dopo l’inizio della guerra, la Germania il secondo, ma aver giocato subito la carta delle armi ci ha tolto la possibilità di negoziare. È sempre così: quando c’è l’opzione della guerra, si usa sempre quella. Ora, allo stato attuale, è vero che è più difficile trovare un’alternativa».

Ma non succede sempre così, dalla notte dei tempi?
«Se fosse sempre l’unica soluzione, vivremmo costantemente in guerra. Invece ci sono stati altri sistemi: ad esempio, due anni fa, l’uccisione del generale Soleimani in Iraq, colpito da un drone americano, è stato un incidente che si diceva avrebbe potuto causare un terzo conflitto mondiale. Non è stato così. La guerra si può evitare, scegliendo opzioni diplomatiche. Il problema è quando cominci a scegliere la guerra come opzione».

Cosa significa che Gino Strada non era pacifista, ma era contro la guerra?
«Gino è diventato medico di guerra nel 1989 e nel 2001 c’era stata una grande mobilitazione per la guerra in Afghanistan, quando il 92% dei parlamentari italiani aveva votato a favore del conflitto perché si trattava di lotta al terrorismo e per i diritti delle donne. Il ragionamento di Gino è stato: se si può essere pacifisti come i parlamentari che vanno in manifestazione per la pace, allora è meglio dire che sono contro la guerra, perché nel pacifismo ci sta troppa roba».

Cosa avrebbe pensato della guerra in Ucraina?
«Non voglio mettergli parole in bocca, ma mi sento di dire che sarebbe stato anche contro questo conflitto, perché in tutte le guerre che abbiamo visto l’unica certezza è che ci vanno di mezzo i civili. Sono i civili a dover scappare, a rimanere feriti, a perdere tutto. Quelli che muoiono sono sempre loro. Ed è un tratto comune di tutte le guerre».

Di cosa parla Una persona alla volta?
«Quando Gino ha scritto questo libro non ha parlato di tutte le guerre, ma ha preso ad esempio quella in Afghanistan perché diceva fosse un conflitto di cui aveva visto molto. E lo riteneva il caso perfetto del fallimento della guerra».

Ovvero?
«Non voleva fare molti ragionamenti: questa è l’ultima guerra a cui abbiamo partecipato dall’inizio alla fine e abbiamo visto che non solo uccide delle persone, una scelta che evidentemente qualcuno ritiene accettabile e Gino ovviamente no, ma che nemmeno funziona».

Cosa aggiunge questo libro di Strada ai due precedenti?
«Gli altri erano una sorta di diario, questa volta ci sono due temi molto identificabili: uno è quello della guerra, dove viene dimostrato che è una soluzione fallimentare; l’altro è il diritto alla salute. È un libro più di riflessione che di cronaca e rappresenta la messa a fuoco di alcuni temi. L’idea era di concentrarsi su ciò che era rimasto in testa a Gino. Il titolo originario, infatti, doveva essere: Due cose che ho capito».

Cosa ti manca di più di lui?
«Gino aveva la possibilità e la capacità di farsi ascoltare e di tenere compatti coloro che avevano l’idea che la guerra non può essere la soluzione. La sua voce manca in questo senso, nel rappresentare al meglio questa istanza. Oggi c’è poca propensione all’ascolto. Penso anche alle parole del Papa che sono state, se non proprio oscurate, quantomeno derubricate».

Ha senso ripetere sempre le stesse parole?
«Ogni tanto Gino diceva: “Cosa faccio? Metto nel libro le stesse cose che dico da sempre, cose banali, sempre le stesse da 30 anni e passo da rimbambito perché non le ascolta nessuno?”. In realtà credo che non si debba smettere. Abbiamo visto Bucha: la guerra è quella cosa lì. Perdi qualsiasi possibilità di controllo, quando arrivano le armi non controlli più la violenza».

Le tre grandi cose che aveva capito Gino Strada

gino strada«Non trovavo una motivazione sensata per mettere sulla carta quello che mi passava per la testa… Alla fine Simonetta mi ha spinto a tirare le fila di quello che ho visto e vissuto. Non un’autobiografia, un genere che proprio non fa per me, ma le cose più importanti che ho capito guardando il mondo dopo tutti questi anni in giro».

Così scrive Gino Strada all’inizio del suo ultimo libro, fatto di memorie dell’infanzia a Sesto San Giovanni e di riflessioni sulla guerra in Afghanistan, terminate con la sua scomparsa il 13 agosto scorso e curate per la pubblicazione da sua moglie Simonetta Gola, direttrice della comunicazione di Emergency dal 2011 e membro del Consiglio direttivo e del Comitato esecutivo dell’organizzazione.

Le cose “banali” che Gino aveva capito sono tre: la guerra non si fa perché ammazza le persone; chi ha bisogno va aiutato; la salute è un diritto umano. Mettere a fuoco questi temi, come quelli su cui vale ancora la pena combattere, è il messaggio che Gino voleva lasciarci.

Gino Strada ed Emergency a Milano e in Ucraina: dal Politruck alla base di Lampugnano, fino al supporto alimentare

gino stradaEmergency sta attualmente lavorando su diversi progetti a favore delle vittime della guerra in Ucraina. In Moldavia è stato inviato il Politruck, il più grande degli ambulatori mobili di Emergency, operativo nella città di Balti per offrire assistenza a chi fugge dalla guerra con un team – composto da medici, infermieri, psicologi, mediatori e logisti – che garantisce assistenza sanitaria di base, infermieristica, psicologica e di orientamento ai servizi sul territorio ai profughi, principalmente anziani, donne e bambini.

Non solo: si stanno inviando farmaci ospedalieri in Ucraina, sulla base delle richieste fatte dalle strutture in loco. In questa prima spedizione sono inclusi farmaci e materiali di consumo ospedalieri necessari all’assistenza di circa 300 vittime di guerra per un mese. In Italia Emergency sta gestendo diversi progetti dedicati a chi arriva in fuga dalla guerra: negli ambulatori si sta offrendo supporto per l’iscrizione al servizio sanitario nazionale e l’orientamento ai servizi sanitari e sociali presenti sul territorio.

A Milano, dopo aver organizzato una prima base a Lampugnano, all’arrivo dei pullman dall’Ucraina, dove fare tamponi e orientamento socio sanitario, ora Emergency garantisce anche supporto alimentare, consegnando settimanalmente pacchi con beni di prima necessità a famiglie ucraine ospitate in diverse zone della città da cittadini che hanno aperto le porte della loro casa per offrire un alloggio momentaneo.

Gino Strada ed Emergency, la cronistoria

1994
A Milano nasce Emergency. A Kigali, Ruanda: prime missioni di chirurgia di guerra e di ostetricia

1996
Sulaimaniya, Iraq: centro chirurgico

1999
Anabah, Afghanistan: centro medico chirurgico

2000
Asmara, Eritrea: missione di chirurgia di guerra

2001
Kabul, Afghanistan: centro chirurgico per vittime di guerra. Goderich, Sierra Leone: centro chirurgico

2005
Mayo, Sudan: centro pediatrico. Punochchimunai, Sri Lanka: aiuti per le vittime dello tsunami

2006
Inizio delle attività in Italia con ambulatori che negli anni sono stati aperti in otto regioni

2007
Khartoum, Sudan: Centro Salam di cardiochirurgia

2016
Mediterraneo, Italia: assistenza medica agli sbarchi su una nave Sar nel Mediterraneo

2018
Hajjah, Yemen: progettazione del centro chirurgico per vittime di guerra. Afghanistan: conferimento alta onorificenza “Allama Sayed Jamaluddin” per l’impegno a favore delle vittime di guerra

2019
Mediterraneo, Italia: supporto alle attività di ricerca e soccorso dei migranti in collaborazione con Proactiva Open Arms

2020
Bergamo, Italia: gestione reparto terapia intensiva del presidio ospedaliero in Fiera dell’ospedale Papa Giovanni XXIII. Milano, avvio progetto Nessuno Escluso. Crotone, gestione del reparto Covid-2 dell’Ospedale San Giovanni Di Dio

2021
Entebbe, Uganda: apertura centro di chirurgia pediatrica. Il 13 agosto muore Gino Strada

2022
Balti, Moldavia: progetto di assistenza socio-sanitaria ai profughi in fuga dalla guerra in Ucraina

In breve

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