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02. 12. 2020 17:15

Gianluca Colonnese, il reportage della quarantena vale oro: «Il mio premio “di famiglia”»

Un piccolo appartamento nell’hinterland, due genitori, due figli e la forza del bianco e nero. Gianluca Colonnese racconta il reportage che gli è valso il primo posto al Moscow Photo Award

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Per alcuni la quarantena è stata particolarmente pesante. Per altri, magari con bimbi che scorrazzavano per casa, un vero incubo. Per altri, come Gianluca Colonnese, un’occasione per lasciare un segno.

 

Gianluca Colonnese, un reportage da premio

Il suo reportage in digitale in bianco e nero In the red zone. An Italian family in quarantine ha vinto il primo premio al Moscow International Photo Award 2020, nella categoria People. Nato quarant’anni fa in Calabria, Colonnese lavora come Project Manager nel campo IT per una multinazionale francese.

Dopo aver lasciato il lavoro di videomaker, nel 2013 è approdato al reportage che coltiva con grandissima passione. Nel lavoro presentato al Moscow ha (letteralmente) messo nero su bianco uno spaccato di vita nella sua casa di Cassina de’ Pecchi insieme alla moglie e ai due figli, nel periodo compreso tra il 23 febbraio e il 18 maggio.

A tu per tu con Gianluca Colonnese

Gianluca, qual è stata la motivazione del premio?
«Molti partecipano con reportage fatti in prima linea fra scenari incredibili: penso sia stato apprezzato il fatto di aver presentato un lavoro scattato interamente fra le mura domestiche. Un luogo più che conosciuto che rischia di togliere dallo scatto qualsiasi lampo di meraviglia: nel mio caso, l’opzione più “esotica” era il balcone (ride, ndr). Ho dovuto impegnarmi molto per tirare fuori più di due immagini dal salotto del mio appartamento».

Da videomaker a fotografo: come è avvenuto questo cambiamento?
«Due anni fa ho dovuto abbandonare il lavoro di videomaker freelance. Ho collaborato con realtà italiane molto conosciute ma i contratti, gli stipendi e le tutele, anche dopo anni, non miglioravano. La passione per la documentazione in immagini, quindi, dal video si è spostata in modo molto naturale sulla fotografia. Soprattutto, il reportage».

Qual è stato il tuo ultimo viaggio?
«Sono stato venti giorni in Argentina per un lavoro sugli italiani emigrati nel Paese. Oltre alle foto, ho intervistato novantenni che, settant’anni prima, avevano lasciato l’Italia per cercare fortuna. Magari il progetto prenderà una forma anche multimediale, chissà…».

Come è nata l’idea di In the red zone. An Italian family in quarantine?
«Cinque anni fa è nata la mia prima figlia Chiara e da allora ho sempre documentato attimi di vita familiare. Non ho moltissime immagini, ma quelle che ho erano molte chiare nella mia testa al momento dello scatto. Spero che in futuro siano utili ai miei figli. È una documentazione di respiro più ampio e molto intima, dal parto fino ai giorni nostri che non ho mai condiviso: si tratta di un progetto in itinere che magari un giorno diventerà una mostra. Per ora rimane nel cassetto».

Perché hai deciso di condividere quelle di quarantena?
«Inizialmente non volevo presentarle al concorso, poi ho pensato che mi sarebbe servito un riscontro sul resto del progetto. L’isolamento forzato che abbiamo vissuto è stato un periodo totalmente inusuale che ha coinvolto milioni di persone e rimarrà nella memoria collettiva per molto tempo. Le mie immagini volevano documentare un momento storico che ha cambiato molte vite».

Perché la scelta del bianco e nero?
«Le immagini sono più incisive, contrastate. Voglio che si punti l’attenzione solo sui soggetti, l’occhio non deve essere distratto da altri elementi presenti nella foto».

Una curiosità: come avete gestito due bimbi in età prescolare durante la quarantena?
«Siamo piuttosto rigidi sull’uso di tablet e telefonini, così come sullo stare troppo davanti alla tv. All’inizio è stato complicato, intrattenere i bambini e continuare a lavorare da remoto, ma poi ci siamo organizzati mettendo in salotto una grande lavagna, proprio come a scuola. Per Chiara imparare a scrivere e leggere è diventato un gioco e, in due mesi, ha fatto passi da gigante. Il fratellino la imitava in tutto».

Sul tuo sito ci sono tante foto di Milano. Quali sono i luoghi che ami ritrarre?
«C’è una serie dedicata alle stazioni, il luogo di passaggio per eccellenza, dove c’è chi parte e chi arriva. In particolare, ho voluto raccontare quelle stazioni decadenti che subiranno un restauro e che sono scenario di realtà drammatiche: ragazzi senza dimora che non possono tornare al loro Paese perché lo Stato non ha alcun interesse a pagare loro il viaggio per rimpatriarli. Hanno fra i venti e i venticinque anni e hanno conseguito un buon titolo di studio, ma non possono permettersi di avere un futuro. In archivio ho molte foto con i loro volti, ma non tengo a pubblicarli».

Vuoi proteggere le loro identità?
«Esatto, la pubblicazione influenzerebbe la loro vita in peggio. Verrebbero identificati e spediti in centri che non hanno nulla di umano, in balia di lunghissime attese, prima di tornare da dove erano partiti. Oppure, distruggerei la dignità di persone che hanno una famiglia altrove e che potrebbe non sapere la realtà in cui vive un figlio, un padre o una madre».

Non ti interessa lo scoop, insomma.
«Non in questo modo e, soprattutto, non in una città come Milano che punta sempre al futuro e che tollera situazioni che non dovrebbero esistere».

A cosa stai lavorando?
«Mi sto concentrando su due progetti: uno in collaborazione con un’associazione milanese che documenta la quotidianità delle famiglie musulmane che spesso vengono discriminate per atti criminali dei quali non hanno colpa, l’altro sulla cannabis terapeutica».

gianlucacolonnese.myportfolio.com

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